LINO DAMIANO POFFE (sacerdote)
Nato a Grezzana VR 11.1.1935
Professione temporanea 25.9.1954
Professione perpetua 25.9.1957
Ordinazione 21.6.1964
Morto a Negrar 14.10.2025
Età 90 anni
18.10.2025 Omelia di Silvano Nicoletto, superiore generale.
“Io ho scelto voi. Dice il Signore, perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga”. – Il 24 settembre del 1973, p. Silvio Tomasi, in qualità di Consigliere provinciale, gli comunicava che il Consiglio provinciale aveva accolto il suo desiderio di partire per la missione con parole simili al versetto che ci ha introdotto al brano del Vangelo che abbiamo ascoltato: “Non siamo noi che scegliamo, ma è lui che sceglie”.
Lo invitava così a dare inizio alla sua avventura di missionario abbandonandosi fiduciosamente alla volontà del Signore.
Oggi è la festa liturgica di S. Luca, l’evangelista che più degli altri ha dato alla sua opera, 3° Vangelo e Atti degli apostoli, un’impronta missionaria. Per il missionario, p. Lino, abbiamo scelto di mantenere i testi della parola previsti dalla liturgia di oggi.
Leggendo le osservazioni dei formatori di p. Lino durante la sua prima formazione, un’osservazione ha attirato l’attenzione. Affermano che lui è pio, radicato nella vocazione ecc. eppure non mancano di rimarcare una certa irrequietezza. Lo descrivono come obbediente, leale verso i compagni e i superiori e tuttavia, “non è facile – dicono – farlo desistere dalle sue idee”. Poi aggiungono: “Si sottomette, ma poi fa quello che vuole”. Non sapevano quei formatori di consegnarci una delle caratteristiche più simpatiche di p. Lino.
Dunque, è mite. È obbediente. È delicato, sensibile. È anche irrequieto, determinato, convinto. È l’altra faccia della stessa medaglia. Se da un lato la sua persona poteva essere paragonata a un paesaggio di pace, dall’altro, una fiamma ardente.
Fin da giovane, dentro di lui stava prendendo forma il missionario che sarebbe diventato e quella fiamma non s’è più spenta.
Uscire verso gli altri, vicini e lontani, piccoli e grandi. Altre terre, altre culture, altri modi di vedere le cose. Un altro modo di vivere la fede. Altre condizioni di vita. Altri bisogni. Altre soddisfazioni e altre difficoltà. L’irrequieto non può restare immobile.
Lo abbiamo sentito anche nella prima lettura. Paolo, Dema, Crescente, Tito, Luca, Marco, Carpo, Alessandro … persone che vanno e vengono. Chi collabora, chi s’allontana, chi è invidioso e crea problemi, chi abbandona. La missione è questa. Chi fa della sua vita una consegna al Signore dice «addio» a una vita spensierata e tranquilla. Ma in questo movimento, apparentemente inquieto, uno come p. Lino trova la sua gioia. Ecco quindi riaffiorare in lui gentilezza, sorriso, amicizia, voglia di fare del bene.
Anche i discepoli del Vangelo partecipano alla determinazione di Gesù di camminare, di andare avanti, anche se a Gerusalemme c’è un destino di morte violenta che attende Gesù. Anche lui ansioso, col fuoco dentro, pur di fare la volontà del Padre, il sogno di Dio per l’umanità.
A volte, quando parliamo di volontà di Dio, abbiamo come la percezione di trovarci di fronte a qualcosa di tremendamente ineluttabile. Quasi un destino sinistro che incombe e che, se ci andrà bene, alla fine ne riusciremo a ricavare qualcosa di positivo. Ma per la maggior parte della gente, la percezione immediata che ha della volontà di Dio è qualcosa di pesante da sopportare. Quando chiediamo che sia fatta la sua volontà, sommessamente, il nostro cuore mormora: più tardi possibile.
Cosa sogna, cosa vuole Dio per noi?
«In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa».
La volontà di Dio è il Regno e il Regno altro non è che “Shalom – Pace”. Non si tratta di assenza di conflitti, ma la concreta possibilità che si realizzi la promessa di bene nascosta in ogni realtà.
«In qualunque casa entriate». Un'altra metafora si aggiunge a quella del cammino, quella della “casa”. Ora, i discepoli vanno nelle case per parlare, per annunciare: quelli della strada – qualifica con cui venivano indicati i discepoli di Gesù – sono anche gente di casa. Come dire: la Chiesa è di casa tra gli umani ed è lei stessa la loro casa.
Lì, mangiate quello che vi danno.
Ricordo una domenica con lui, di villaggio in villaggio lungo la Bia. Al termine della celebrazione, sotto una tettoia, viene offerto un po’ di riso con del sugo del frutto di palma. Un pranzo molto frugale. Poi ascolta gli anziani del villaggio. Loro parlano, parlano e lui ascolta in silenzio. Permette ad ogni parola di quelle persone di entrare nel suo cuore. Ad un certo punto tira fuori carta e penna e comincia a disegnare una stanza, poi un’altra, uno spazio esterno, i servizi e così via: i bambini dovevano avere una scuola d’infanzia. I malati dovevano essere curati, e via sul p-kup verso l’ospedale o il dispensario.
«... Curate i malati che vi si trovano, e dite loro: Si è avvicinato a voi il regno di Dio».
Questa cura, sollecitudine, tenerezza per l’umanità in difficoltà è la volontà di Dio, volontà che viene chiamata anche Regno di Dio.
Ora, questa realtà divina che avanza ha delle caratteristiche talmente diverse al codice dei poteri mondani, che qui i malati e chi è in difficoltà di fronte alla vita vengono considerati i primi destinatari – tanto che, per prendere parte a questo Regno, c’è bisogno di una vera conversione:
«La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai per la sua messe».
Non si tratta di pregare perché ci siano molte vocazioni alla vita religiosa e sacerdotale; si tratta invece della preghiera che ci permette di entrare nel raggio di azione di Dio e in ciò che a lui sta a cuore; che ci permette di prendere parte alla compassione di Dio.
Che questo sogno (il regno) sia destinato a tutti senza esclusione di sorta è evidente dalla simbologia dei 72 (elenco delle nazioni della terra secondo la visione giudaica del tempo).
È una realtà così diversa che esige novità anche nelle metodologie: non i mezzi dei potenti ma il loro opposto:
«3Andate: ecco io vi mando come agnelli in mezzo a lupi; 4non portate borsa, né bisaccia, né sandali».
Non molte parole ma l’urgenza di andare direttamente all’essenziale.
La partenza di p. Lino da questo mondo lascia sicuramente un vuoto. Lui è una di quelle persone che non si dimenticano. Ogni relazione interrotta, soprattutto da un evento come quello del morire, lascia una traccia di lacerazione. Tuttavia, le persone che lo amano, i famigliari, gli amici e noi suoi confratelli, sentiamo nel nostro cuore la serenità per un fratello che ha saputo, con la grazia del Signore, dare senso e pienezza alla propria esistenza. La sua è stata una vita viva. Ora, ne siamo certi, è vita eterna.
Grazie, p. Lino, il tuo esempio ci aiuta a non ripiegarci su noi stessi. Prega per noi, ora che sei nell’abbraccio del Dio Vivente.
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