29 Giugno

 

 

GINO ZANTEDESCHI (sacerdote)

Nato 12 maggio 1948 a Torbe di Negrar

Professione temporanea 25 settembre 1965

Professione Perpetua 25 settembre 1970

Ordinazione sacerdotale 1 settembre 1973

Morto 29 giugno 2011 a Msolwa Tanzania.

Anni 63.

 

Raccolta di scritti in occasione della morte di P. Gino Zantedeschi avvenuta in Tanzania il 29.6.2011

 

Saluto di Lidio Zaupa distribuito al Santuario il 1° luglio 2011.

Padre Gino Da Torbe

Era proprio così che ti firmavi sempre sulle tue numerosissime cartoline che ogni volta inviavi ai tanti amici dai posti più impensati delle nostre missioni. E tutti ormai ti conoscevano per il missionario viaggiatore che raccoglieva fondi, solidarietà e amicizia per portarli direttamente a destinazione dove eri diretto.

L’ultimo viaggio assomigliava a tanti altri viaggi in Tanzania. Come ogni anno, con il fedele amico Zanon e con un bel gruppo di studenti della scuola Stimate, sei partito per la missione di Msolwa. Ogni anno c’era qualcosa da costruire, una piccola iniziativa da avviare. Quanti asili sono sorti nella valle dello Yovi con la vostra collaborazione, quante preoccupazioni per i giovani che accompagnavate e quanta attesa nei cuori delle famiglie per un cammino di formazione a valori importanti della vita come quelli della solidarietà e dell’apertura al mondo.

Il tuo sogno è sempre stata la missione anche se non l’hai mai vissuta per periodi lunghi. Fin da giovane prete, quando eri curato alla parrocchia della SS. Trinità, il tuo parroco don Mario Arduini, ti rimproverava perché ti vedeva sempre preso dalle preoccupazioni missionarie piuttosto che da quelle pastorali della parrocchia. Ma tu eri fatto così: sentivi forte il richiamo delle terre lontane anche perché molti dei nostri compagni si erano già consegnati alla missione: p. Assuero (Mascanzoni) per la Costa d’Avorio, p. Fausto (Torresendi) per il Sud Africa, seguito poi da p. Gianni (Piccolboni) sempre per il Sud Africa, e poi p. Donato (Lovito) per le Filippine, p. Natalino (Mignolli) per Londra… e noi qui, in Italia, ad animare i gruppi missionari, a tenere viva la fiamma missionaria con p. Pietro Marchesini.

Ti chiamavamo scherzosamente il postulante, perché la tua autonomia come religioso ti portava spesso ad avviare iniziative personali che solo tu vedevi importanti. Ma poi guardavamo anche con interesse ai tanti amici che ti sostenevano, ai tanti gruppi che con il tuo modo semplice e allegro portavi avanti. Per tutti avevi sempre un pensiero, un racconto, una preghiera. Ogni volta che partivi per i tuoi viaggi missionari riempivi le tue valigie di tutto: ricordini, cartoline, crocifissi, qualche bottiglia di vino. Perché tu dicevi che i missionari hanno sempre bisogno di tutto: di rosari, ma anche di un goccio di vino buono o di un dolcetto per superare le avversità della vita.

Eri amante della musica e della liturgia che curavi sempre con attenzione per la comunità dei padri anziani di san Leonardo. E non ti risparmiavi come cappellano delle suore di Santa Giuliana o per aiutare parrocchie e amici parroci nelle loro numerose attività. Quando poi arrivava l’estate, il tuo campo preferito era quello di Caorle dove organizzavi per tutti messe festive per i turisti e giornate missionarie per sostenere gli amici missionari. Avevi un cuore a cui era difficile comandare perché ogni necessità che vedeva la sentiva come urgente e agli appelli si doveva rispondere.

Il tuo cuore si è fermato sotto la cascata che da Msolwa illumina tutta la valle dello Yovi. Eri andato con l’ultimo gruppo di studenti delle Stimate fin sotto quella cascata che vedevi già trasformata in una centrale idroelettrica, l’ultimo progetto che l’Associazione Bertoni sta avviando in quella zona. Mi ero meravigliato perché non eri presente ai 25 anni dell’abcs, tu che ne eri stato uno dei fondatori. Poi gli amici mi hanno detto che eri già in Africa, nella terra che avevi sognato da giovane prete e che alla fine ha raccolto il tuo ultimo respiro.

Grazie caro Gino da Torbe per la tua passione missionaria, per la solidarietà che hai costruito per tanti nostri amici missionari. Il Signore ti dia il premio del tuo servizio missionario e aiuti tutti noi a continuare con la stessa passione l’amore agli ultimi e ai senza voce.

p. Lidio

 

 

Profilo di Gino Zantedeschi scritto dal vicario provinciale Giovanni Zampieri.

P. Gino Zantedeschi

Torbe 12/05/1948 - Msolwa (Tanzania) 29/06/2011

P. Gino, familiarmente chiamato P. Gino da Torbe, è nato il 12 maggio 1948 da Antonio e Fedrighi Caterina. È entrato nel nostro Istituto già all’età di 10 anni, a Cadellara. Nel corso degli studi si è sempre distinto per la sua vivacità e prontezza di apprendimento.

Compiuto il Noviziato a Grottaferrata, sotto la guida di P. Aldo Mattiussi, è poi passato alla sede di S. Leonardo. Compiuti gli studi teologici presso lo “Studio Teologico S. Zeno” è stato ordinato Presbitero a Torbe il 1.09.1973.

La sua prima comunità apostolica è stata la parrocchia della SS.ma Trinità a Verona, guidata da P. Mario Arduini, Andreatta e Depaoli, ove profuse il suo entusiasmo sacerdotale. Nel contempo è stato insegnante di Religione presso la scuola Media statale. In parrocchia sono rimaste proverbiali le sue numerose iniziative a favore dei giovani mentre si apriva progressivamente agli orizzonti missionari.

Nel 1982-83 si è preparato alla Missione seguendo un corso di inglese presso la nostra sede di Londra. Successivamente venne a far parte dell’Amb a fianco di P. Pietro Marchesini. Accanto a lui ebbe modo di conoscere benefattori e tante situazioni di necessità.

Seguire P. Gino nei suoi spostamenti e viaggi è decisamente impossibile. Ad un primo soggiorno prolungato ad Hombolo, con P. Cesare Orler e P. Sandro di Tullio è seguita la fase di animazione missionaria e di ricerca di fondi spostandosi dalla sede di S. Leonardo. I suoi amici non erano soltanto a Roma presso Propaganda fide, la Caritas e la Cei ma superavano anche le Alpi presso le sedi della Germania. In quasi trenta anni di lavoro non c’è stato progetto in terra di Missione, per il quale P. Gino non abbia dato la sua collaborazione, spesso a modo suo. Fu ripetutamente in Tailandia e nelle Filippine, in Sud Africa, senza dimenticare la Costa d’Avorio. Da quasi un ventennio ogni anno scendeva in Tanzania con una ventina di giovani della scuola Stimate, accompagnati da P. Zanon Giuseppe, qualche insegnante e genitori.

Era difficile sapere esattamente da P. Gino l’entità delle cose economiche perché la sua attenzione a chi aveva qualche bisogno non aveva limiti. E a chi gli chiedeva dava con estrema generosità… forse anche esagerata. Sapendo che l’uso del denaro andava ad opere di bene erano numerosi i benefattori che lo sostenevano con piena fiducia. Personalmente era distaccato dal denaro. Se una osservazione gli si può fare riguardava i suoi spostamenti quasi frenetici, motivati per lo più dalla ricerca di aiuti e dal coinvolgere altre persone nel mondo delle necessità missionarie.                  

Una particolare attenzione riservava alle famiglie di nostri missionari o confratelli. “Se non vado io, diceva, nessuno tiene più i contatti con tante persone”. Anche prima del suo ultimo viaggio in Tanzania, come del resto faceva a Pasqua e Natale, spedì circa 2.500 cartoline a benefattori ed amici. Nel riceverla nessuno pensava che sarebbe stata l’ultima, perché D. Gino era ancora giovane e sano. Il Signore lo aspettava laggiù nella sua Tanzania per dargli il premio di una vita vissuta per le Missioni.

Nel 2007 P. Gino fu assegnato alla comunità di Via Mameli e nel 2008 ne divenne superiore.

Malignamente dicevamo che se fosse venuto il terremoto certamente P. Gino si sarebbe salvato.

Si potrebbe capire male la sua vita e il suo messaggio se non ricordassimo la sua vita spirituale. Si alzava prestissimo, alle 4 o poco dopo; seguiva la meditazione e la liturgia delle ore, una e-mail agli amici più stretti. Poi alle 6 di corsa a S. Giuliana per due messe alla comunità religiosa. Per un lungo periodo seguiva poi una terza messa a S. Benedetto, per aiutare il parroco malato… ma senza ricevere l’offerta, come gli aveva ricordato il confessore a seguito di dubbi manifestati in confessione. Ma siamo certi che, almeno di tanto in tanto, nel corso della giornata poteva giungere la richiesta anche della quarta messa da parte di qualche parroco improvvisamente impedito o malato. P. Gino correva lo stesso. Era fatto così. Il cuore aveva il sopravvento ed era felice.

Nel pomeriggio un salto al Santuario N. S. di Lourdes per la recita del rosario e confessioni. Ho potuto capire che ci teneva molto anche alla sua confessione settimanale. In occasione del funerale ha voluto confermarmelo Mons. Giuseppe Cacciatori. Da lui, come tante altre volte, si era confessato due giorni prima di partire per l’ultimo viaggio in Tanzania.

Un piccolo episodio personale: qualche anno fa, prima di andare a letto ero nell’angolo in cappella non visto. Sento P. Gino che entra pian piano, va verso il tabernacolo e dice “Ciao Gesù, sono Don Gino”. Poco dopo si è diretto alla sua stanza. Qualche settimana dopo gli chiedo: Gino … cosa dici alla sera in chiesa davanti al tabernacolo? E mi racconta che S. Martino di Porres ogni sera, davanti al tabernacolo prima di andare a letto diceva: “Ciao Gesù, sono Martino” e in punto di morte si è sentito dire “Ciao Martino, sono Gesù…”

Non so cosa sarà successo quel tragico pomeriggio del 29 giugno, laggiù a Msolwa verso la cascata. Mi piace pensare che Qualcuno lo abbia salutato così: “Ciao Don Gino, sono Gesù… hai già fatto molto, vieni con me.”

I Funerali hanno avuto luogo nel Santuario della Madonna di Lourdes il giorno 12 luglio, con la presenza di una ottantina di sacerdoti e tante, tante persone che lo avevano conosciuto e stimato nel corso della vita. Nel pomeriggio una seconda celebrazione, con tanti fedeli e più di una ventina di sacerdoti, nella Chiesa parrocchiale di Torbe. P. Gino da Torbe è stato sepolto in quel cimitero, accanto ai suoi genitori.

P. Giovanni Zampieri

 

 

 

Omelia di Gianni Piccolboni nella messa presieduta dal superiore generale Andrea Meschi al Santuario Nostra Signora di Lourdes in Verona.

 

P. Gino Zantedeschi Eulogy per Torbe 12 Luglio 2011 messa ore 15.30

 

Era il giorno della gita in montagna, che aveva come meta la cascata. Quella cascata che da anni faceva parlare di sé. Era stato il sogno di tutti i primi padri che si erano stabiliti a Kisanga in Tanzania una ventina d’anni fa. La cascata aveva il suo fascino e il suo incanto. Pochi però si erano avventurati. P. Gino era stato uno dei primi ad andarvi e così ripropose l’escursione anche quest’anno e la ripropose ai giovani della scuola Stimate che accompagnati da don Zanon stavano facendo una esperienza missionaria lì nella valle. Proprio qui in questo posto sotto il maestoso rimbalzare d’acqua dell’incantevole cascata che sprigiona una forza cosmica eccezionale, in un modo inaspettato e repentino si consumava un evento drammatico che chiudeva il sipario sullo scenario della vita di P. Gino. Qui Infatti mentre discendeva dal ripido pendio veniva colto da malore, che gli stroncò inevitabilmente la vita. Si accasciava a terra senza respiro. A nulla sono valsi tentativi di rianimazione professionalmente e tempestivamente prestati. Poi le affannose chiamate dell’ambulanza, la preparazione di una barella rudimentale per poterlo trasportare a valle, poi passare a guado il fiume e poi finalmente l’ambulanza e il medico. Ma per padre Gino non c’era più speranza, non c’era più niente da fare. Il suo cuore aveva cessato di battere, è stato diagnosticato edema polmonare. Il pianto lo smarrimento la costernazione il dolore. Lo shock di tutti i ragazzi del liceo. Ore drammatiche in cui ci si sente incapaci di fronte ad un evento che ti supera.

Viene celebrata una santa messa e poi trasportato a Dar es Salaam nella capitale per poi iniziare le pratiche per il suo rimpatrio.

Ora siamo tutti qui e siamo in tanti a celebrare questo rito religioso a suffragio del nostro fratello P. Gino, per dire al Signore e a Lui un grazie.

Un grazie per la sua vita: Vogliamo infatti celebrare la vita che si è conclusa. Cinquantatré anni dei 63, li ha passati con gli stimmatini.

È difficile cogliere una vita in pochi minuti.

Raccolgo qualche aspetto lasciando poi ad altri qualche testimonianza e alla fine della santa Messa verrà fatto un profilo della sua vita.

Inquadro il tutto nel messaggio del Vangelo che abbiamo appena ascoltato: il vangelo di Matteo 25.

Il brano che abbiamo ascoltato è un famoso discorso di Gesù che ben conosciamo, e che ci dà una griglia e uno specchio di lettura della nostra vita, ed è anche una griglia di preparazione e di confronto per l’esame finale della nostra vita. È un messaggio per tutti i cristiani e per tutti gli uomini e donne della nostra famiglia umana.

Venite benedetti … perché avevo fame, … sete … ero …. E voi mi avete dato da bere, da mangiare, allora i giusti diranno … «Ma come? Ma quando? Ma perché … E Gesù: «Lo avete fatto a me!».

Alla fine, la sintesi di tanti discorsi ed insegnamenti del Vangelo di Gesù, la parte centrale della nostra religione e delle nostre azioni è proprio qui, e il vangelo di oggi ne sintetizza il messaggio grande e ce lo dipana ce lo spalma in cinque parole, sulle cinque dita di una mano, il vangelo delle cinque dita.

Lo avete fatto a me.

Tutto quello che facciamo ha valore solo se: «Lo avete fatto a me!».

In questa visione delle opere di misericordia elencate nel vangelo di oggi vedo il ritratto e l’icona di Padre Gino. Un uomo per gli altri un uomo ed un prete sacerdote, missionario uno stimmatino che ha voluto sfogliare la sua vita per gli altri. Un sacerdote che ha preso le opere di misericordia come la caratteristica del suo stile di vita.

Sicuramente le pietre miliari e decisive nella sua svolta missionaria sono state le sue esperienze in Costa d’Avorio, Tanzania e Sud Africa di una trentina d’anni fa. Queste esperienze hanno cambiato la sua vita. È scattato in lui un meccanismo interno, come una serie di reazioni a catena che non si sarebbero più fermate. Come un fuoco che brucia e che incendia senza consumarsi, anzi si alimenta mentre incendia.

Colgo subito un messaggio che traduco in uno slogan: Ardere per accendere. Sì Lui era proprio così P. Gino sapeva coinvolgere, contagiava con il suo entusiasmo, con quella passione che aveva dentro. Qualcuno ha detto: ha un entusiasmo adolescenziale, capace di meravigliarsi di accendersi di gioire.

Credo che tutti siamo stati toccati dal suo modo facile di relazionarsi con le persone, dal quel alone di amicizia e di simpatia che sapeva trasmettere, che donava.

Voleva bene a tutti e si faceva voler bene; era generoso, donava, dava via, una medaglietta, un rosario, un santino, una immaginetta, una collana o un oggetto dalle missioni. Aveva delle attenzioni particolarissime per tutti e per ciascuno. C’era per tutti una cartolina quando faceva qualche viaggio missionario. Quante telefonate che ho ricevuto in questi giorni di gente incredula che non riesce a rendersi conto di quanto avvenuto e dice: ho ricevuto proprio ieri la sua cartolina dalla Tanzania.

Un’altra famiglia nel telegramma scrive: Apprendiamo con grande dolore la scomparsa di P. Gino, amico vero sincero unico della nostra famiglia… Lo ricordiamo ora assieme a P. Cesare tra i santi.

Aveva cuore per tutti per i vicini e per i lontani. Per lui non c’erano barriere né di lingua né di razza.

Si faceva carico dei problemi degli altri. Li faceva suoi e trovava sempre una soluzione. Alle volte sembrava scanzonato, ironico ma era sempre pieno di umorismo tra il serio e il faceto ti raccontava di cose di avvenimenti o di esperienze.

Non ha mai passato periodi lunghi in Missione, ma sosteneva da lontano i missionari, cercava fondi per loro per le loro iniziative sociali, per la costruzione dei seminari, delle scuole, delle cliniche, per lo scavo di pozzi. Dove c’era una richiesta e progetto, lui era lì per darti una mano. Era il suo vangelo delle opere di misericordia. Lui evangelizzava così.

Si sforzava di parlare lingue diverse dall’italiano come un tentativo di relazione e di ascolto.

Negli ultimi anni seguiva con più interesse la Tanzania dove si recava ogni anno accompagnando un gruppo di studenti delle Stimate come abbiamo sentito all’inizio.

Senza esagerare, assieme ai missionari in prima fila che lavorano e che hanno lavorato in Tanzania, c’è da ricordare anche lui, sostenitore e promotore instancabile di tutte le opere che sono state realizzate nella valle dello Yovi Kisanga, Msolwa.

Sembra che padre Gino aveva colto bene il messaggio di Gesù del vangelo di oggi, forse si curava poco delle strutture e delle istituzioni, o dei canali ufficiali ma il bene lo voleva fare nel modo in cui l’aveva capito lui.

Sicuramente aveva capito che se il centro delle attenzioni di Dio è l’uomo, di conseguenza il centro della sua attenzione doveva essere l’uomo nelle sue fragilità, nel suo grido di aiuto, nella sua indigenza e nel suo bisogno.

Credo che la sua generosità sia stata a livelli che pochi riescono a raggiungere.

Anche nel ministero si faceva in quattro per aiutare parroci in difficoltà… Non c’erano distanze che lo frenassero.

Incominciava la giornata molto presto al mattino. E l’iniziava con il Signore. Perché se si vuole far bene le cose bisogna farle con lui.

Degna di nota è anche la devozione alla Madonna. In questo santuario veniva la mattina per la celebrazione delle lodi dopo aver celebrato a santa Giuliana e ogni giorno al pomeriggio per il santo rosario o per qualche confessione.

Un piccolo episodio riferito da un suo confratello che ha vissuto con lui questi ultimi anni: «Qualche anno fa, prima di andare a letto ero nell’angolo in cappella non visto. Sento P. Gino che entra pian piano, va verso il tabernacolo e dice “Ciao Gesù, sono Don Gino”. Poco dopo si è diretto alla sua stanza. Qualche settimana dopo gli chiedo: Gino … cosa dici alla sera in chiesa davanti al tabernacolo? E mi racconta che S. Martino de Porres ogni sera, davanti al tabernacolo prima di andare a letto diceva: “Ciao Gesù, sono Martino” e in punto di morte si è sentito dire “Ciao Martino, sono Gesù…”.

Chi l’ha incontrato non lo dimenticherà facilmente. Ha mantenuto la sua unicità, un po’ atipico, ma era un sacerdote uno stimmatino sano nel suo cuore generoso.

Il suo cuore ha cessato di battere proprio nel luogo che aveva amato di più, in Tanzania, sul luogo dove anche noi stiamo sognando alla grande.

Un suo confratello lo ricorda anche come un amante della musica, sapeva infatti suonare il pianoforte ed era amante della liturgia che curava sempre con attenzione per la comunità dei padri anziani di san Leonardo.

Caro don Gino, mi hanno chiesto ieri: chi prenderà il tuo posto. Nessuno lo prenderà. Crediamo che il tuo esempio spronerà altri a trasformare e adoperare la vita per fare qualcosa di bello per il Signore e per gli altri, come lo hai fatto tu.

Te ne sei andato lontano dai tuoi cari che affettuosamente ti avrebbero voluto essere accanto nel momento difficile del passaggio. Ma forse hai voluto risparmiare loro il dolore del distacco, ma c’erano vicini quei giovani che hai sempre amato, un confratello Stimmatino ed alcuni amici in rappresentanza di tutti noi; ed eri vicino alla gente e ai luoghi che hai sempre portato nel cuore e sicuramente in quel luogo e in quel momento inaspettato avrai sentito la voce di Gesù che ti diceva: «Ciao Gino, Sono Gesù!».

Dal cielo prega per i tuoi cari, fratelli sorelle e nipoti, per noi tutti.

Grazie don Gino

(P. Gianni Piccolboni martedì 12/7/2011 nel Santuario Nostra Signora di Lourdes in Verona)

 

 

 

Morire in Tanzania

(Pronunciato da P. Vittorio Zanon nell’introdurre il funerale di P. Gino Zantedeschi)

Quale compagno nella sua ultima vicenda umana e testimone della sua morte, assieme ai ragazzi che attorniano ora la sua bara, propongo due parole e una prima riflessione sulle circostanze della drammatica scomparsa di p. Gino Zantedeschi.

Si dice che la morte non fa sconti a nessuno e che noi non abbiamo alcun diritto su di essa. È vero: la morte avviene, e basta. Don Gino non pensava, certo, di morire in Tanzania. Era il giorno che ricorda il martirio degli apostoli Pietro e Paolo, ed egli stava scendendo con noi un pendio scabro e selvaggio, nella escursione che avevamo organizzato, al termine dei lavori svolti nella Missione di Msolwa in Tanzania. Si andava a ispezionare e controllare  la portata d’acqua della cascata di Molulu per un progetto di una turbina destinato a portare l’elettricità nella valle dello Yovi che ne è completamente sprovvista. Un infarto assassino lo ha abbattuto improvviso, lungo il sentiero di ritorno.

Eravamo lì; abbiamo assistito, impotenti, alla sua morte subitanea, inarrestabile, irridente ai nostri tentativi di fermarla. Riverso a terra, e poi disteso sulla rozza e indegna portantina vegetale da noi improvvisata, quel suo corpo domato, portato a valle, è ancora, e per sempre immagine ossessiva nella mia mente.

Anche se sappiamo che la morte, quando arriva, non si cura di essere all’altezza della vita di colui che rapisce, ci risulta intollerabile che offenda così anche le persone migliori.

Ma il nostro umano sentire ignora che la realtà ci oltrepassa sempre. E Dio ci perdonerà. Del resto, nel nostro ragionare, dopo il supplizio obbrobrioso di Cristo, di quale fine indegna è più possibile lamentarsi? Ogni carne, per quanto straziata, può vedere la salvezza del Signore. Come riporta San Giovanni, nel suo Vangelo, Gesù ha detto: «La mia carne diventerà pane per la salvezza del mondo». Sulla linea di tale rivelazione, i nostri pensieri, disorientati, potranno recuperare il senso che lega le azioni di ogni vita, compresa la sua fine. Resta umano pretendere che per D. Gino la morte potesse arrivare per altre vie, ma l’immagine del Crocifisso squarcia il mistero, e l’innocenza della fede diventa la nostra forza nel ripensare alla sua vita e a quella morte. Io non credo che ogni vita assomiglia al suo destino.

Vedevamo un corpo immobile avvolto nelle vesti sacerdotali, lì davanti all’altare, alla sera già notte, nella immediata, incredibile messa di suffragio; ma quel corpo straziato come il nostro cuore, lì tutti attorno, ci appariva diafano come il pane dell’Eucaristia che celebravamo per lui. Ecco il nesso tra una morte così squallida e indegna e una vita piena d’amore e di gioia per tutti. «La mia carne diventerà pane per la salvezza del mondo». Così, come è stato per Cristo, è stato anche per Pietro e Paolo ricordati dalla Chiesa quel giorno, così è stato per i martiri e tutti i testimoni di Cristo; lo è stato in Tanzania per Baba Cesare (Orler), per P. Sandro (Di Tullio), per P. Giuseppe (Schiavo); ed ora per lui, P. Gino, morto nella sua ultima terra di predilezione, dopo aver amato e lavorato per tutte le Missioni, fino all’offerta suprema.

La vita, pur breve come un giorno, spalanca finestre sull’eternità, se, come quella di D. Gino, esprime e diffonde slanci di generosità in tutti coloro che incontra, lasciando dietro di sé ondate di simpatia e fervore per la causa del regno di Dio nel soccorso dei fratelli, consapevole com’era che i più poveri tra di noi sono coloro che non sanno condividere la loro fortuna con chi ne ha più bisogno.

Quale fuoriclasse del Regno di Dio, il suo zelo missionario indomabile suppliva abbondantemente a quel suo andare, alle volte, anche oltre le righe strette degli adempimenti e delle consuetudini utili per tutti.  Quando l’amore per gli altri si modella su quello di Cristo, non ci sono argini che lo possano contenere, e tutto si risolve in grazia.

Il nostro saluto a d. Gino non intende fermarsi qui, ma sulla scia di ricordi incancellabili proseguirà sulla sua strada, sicuri come siamo che ci accompagnerà il suo salutare buonumore e la solidità della sua testimonianza.

P. Vittorio Zanon

 

 

 

Saluto di Donato Lovito

Carissimi confratelli e compagni della Scuola apostolica, dopo che il buon Giuseppe Piacentini ci ha lasciato improvvisamente, passato appena un anno dall'ordinazione, adesso, pure nell'ora che meno se l'aspettava, è toccato al nostro Gino spiccare il volo per il Cielo, proprio da una delle missioni che forse più aveva amato: la Tanzania.
Come compagno del carissimo Gino Zantedeschi per tutti gli anni della formazione, anch'io, da quest'angolo del mondo indonesiano, partecipo al dolore di tutti i suoi familiari, dei confratelli stimmatini, dei numerosi amici delle Missioni e dei molteplici beneficiari della  sua, sempre generosa e affabile, prontezza nell'aiutare.

Proprio dalla Tanzania, in queste ultime settimane, mi aveva inviato un breve messaggio, dicendomi che, tornato a Verona, avrebbe trovato il modo di aiutarmi in qualche nuovo progetto.

Cari confratelli, ora tocca a tutti noi portare a compimento tutti quei progetti di bene che egli aveva avviato e quanti altri sognava di realizzare.

Credo che tanti poveri 'lazzaro', che ha soccorso in ogni angolo del mondo e che lo hanno preceduto, daranno al nostro caro Gino il benvenuto nella casa del Padre.
Ho saputo che i suoi funerali saranno celebrati sotto lo sguardo materno della Madonna di Lourdes, ove spesso passava a dire un'Avemaria pure per me.

Anche se ora siamo sparsi in vari luoghi, idealmente ci ritroveremo per le sue esequie, là nel bel santuario, che insieme con lui, andavamo a riordinare, ogni sabato, durante la nostra quinta ginnasio. Grati al Signore per averlo avuto come compagno e come confratello, dall'Alto continui ad aiutarci con la sua preghiera. Requiescat in Pace!

p. Donato Lovito css, Indonesia

 

 

Necrologio scritto da Luigi Mantovani.

Gino Zantedeschi (sacerdote)

 

n. Torbe (Vr), 12.5.1948, pr. 1970, sac. 1973

 

m. Msolwa (Tanzania), 29.6.2011 (a. 63) 

 

Sacerdote novello, fu assegnato alla parrocchia della SS. Trinità in Verona, ove, pieno di vivacità e di entusiasmo, si dedicò ai giovani e insegnò religione nella Scuola Media statale. Progressivamente, si aprì agli orizzonti missionari alla scuola di p. Pietro Marchesini all'AMB (S. Leonardo): intraprese viaggi in vari continenti ed era infaticabile nel raccogliere fondi per le varie opere e per qualsiasi forma di povertà. Così per un trentennio, anche quando nel 2007 fu trasferito alla comunità di via Mameli. Il Signore lo chiamò a sé proprio in uno dei suoi venti viaggi in Tanzania con giovani della Scuola Stimate mentre era in visita alle cascate che dovevano dar vita a una centrale elettrica. Lo ricordiamo per la sua estrosa serenità, l'infaticabilità, la  vita di preghiera (si alzava di buon mattino), il  generoso servizio sacerdotale (con più messe al giorno) e i legami di amicizia con tante persone, cui scriveva da ogni luogo che visitava.

 

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