27 APRILE

 

GIUSEPPE SCHIAVO (sacerdote)

 

NATO:

Arzignano, VI - 11.5.1944

PROFESSIONE PERPETUA:

Verona - 25.9.1966

ORDINAZIONE:

Vicenza - 02.8.1970

MORTO:

Kisanga, Mikumi - 27.4.1996

ETÀ: 52 anni

 

P. Giuseppe fu ucciso durante un assalto alla missione di Kisanga. Toccava sempre a lui, alla sera tardi, andare a spegnere il generatore che dà luce alla missione. Andò pure la sera il 27 aprile 1996. Quanto tornò, trovò alcuni banditi in casa. Non fece in tempo ad opporre nessuna resistenza: un colpo alla testa lo uccise all’istante.

Già da molto giovane sognava l’Africa. E infatti partì due anni prima di essere ordinato sacerdote.

Andò in Costa d’Avorio dove completò gli studi nel seminario di Abidjan. Dopo l’ordinazione, avvenuta il 2 agosto del 1970, cominciò il suo apostolato tra gli Agnì, una delle principali etnie del paese. Era uomo di poche parole, ma sempre vicino alla gente.

Dopo 25 anni di Costa d’Avorio i superiori, nel 1994, gli chiesero di andare in Tanzania. Lì Padre Giuseppe prese in mano la difficile situazione della missione di Kisanga, soprattutto dopo l’improvvisa scomparsa, due anni prima, di P. Cesare Orler. Lavorò tra fatiche e difficoltà di ogni genere. Era povero tra i poveri e, come tutti, si guadagnava il pane con il sudore della fronte.

P. Giuseppe ha dato la vita per i suoi amici, proprio secondo l’insegnamento del Vangelo. I funerali si sono svolti a Verona e in maniera solenne ad Arzignano.

 

 

RICORDO DI P. GIUSEPPE SCHIAVO 

"Ora si è compiuta la salvezza,

la forza e il regno del nostro Dio

e la potenza del suo Cristo,

poiché è stato precipitato

l'accusatore dei nostri fratelli.

Ma essi lo hanno vinto

per mezzo del sangue dell'Agnello

e grazie alla testimonianza del loro martirio,

poiché hanno disprezzato la vita

fino a morire" (Apoc 12)

 

"È risorto il pastore buono,

che ha dato la vita per le sue pecore.

Si è offerto alla morte per amore dei suoi. Alleluia"

(dalla Liturgia della IV Domenica di Pasqua, 28.4.1996

         Siamo qui come famiglia stimmatina, fatta di religiosi ma anche dei tanti che condividono con noi molti aspetti della spiritualità e della missione apostolica affidataci da S. Gaspare Bertoni. È un momento di dolore, ma crediamo anche di grazia.

         Ci ha lasciati tutti costernati la notizia della improvvisa e tragica morte di P. Giuseppe, laggiù a Kisanga, la sua nuova patria di adozione, dopo i tanti anni in Costa d'Avorio.

         Ma siamo convinti che Dio ci vuole parlare con i fatti, con questi fatti, anche quando sono così dolorosi, imprevedibili e per noi fuori di ogni logica. Per Lui però tutto ha significato, tutto risponde ad un progetto di amore: amore per Giuseppe, per i suoi cari, per la nostra Congrega-zione, per i tanti amici delle missioni, per tutti i presenti.

         Questa morte è per la vita. Noi siamo qui non semplicemente per un funerale, per accom-pagnare un amico alla tomba, ma per proclamare, come cristiani, che in Cristo Gesù risuscitato l'ultima parola non è della morte, ma della vita.

         Sono stato incaricato di tenere l'omelia perché P. Giuseppe Schiavo era mio compagno fin dalla prima media. Siamo entrati insieme a Cadellara il mercoledì 22 agosto 1956, insieme gli studi, il noviziato, la professione religiosa. Per 12 anni abbiamo vissuto gli stessi avvenimenti, ricevute le stesse istruzioni. Lo slancio missionario, oltre che dalle notizie che venivano dal mondo stimmatino, l'abbiamo avuto in particolare dall'ardore di P. Carlo Bellini e da P. Pietro Zappini, nostri educatori durante il postulato (senza dimenticare che in quell'anno ci insegnava Geografia un missionario d'eccezione, Mons. Tarcisio Martina, carico dell'esperienza di quasi 30 anni in Cina, di cui gli ultimi 4 in prigione). L'anno dopo Zappini partiva per il Brasile, mentre P. Carlo, che sognava di vivere una lunga vita in Africa, moriva a soli 28 anni nel tragico incidente del gennaio 1963. Per tutti noi quel desiderio era rimasto nel cuore, e per Giuseppe si realizzava quando con altri due compagni partiva per la Costa d'Avorio per completare là gli ultimi due anni di teologia prima dell'ordinazione sacerdotale. Ricordo le loro fatiche a incarnarsi in quella realtà: "Ti devi scordare che sei bianco", ci scrivevano.

         Giuseppe veniva volentieri in Italia, ma ormai il suo mondo era l'Africa. Aveva l'impressione che lì potesse meglio esprimersi il suo carattere intelligente ma schivo, di poche parole, orientato più al fare che al discutere. Amava l'avventura, la novità, e l'Africa con tutti i suoi imprevisti allenava il suo spirito di adattamento a sempre nuove situazioni. Appena possi-bile si dedicava alle attività manuali, soprattutto nella costruzione delle tantissime chiese nei villaggi ivoriani, preciso e tenace, memore che veniva da una famiglia di gente semplice e laboriosa, e memore anche dello stile asciutto ma efficace di P. Angelo Dusi, oggi in Sud Africa, che negli anni della formazione ci voleva concreti e capaci di fatica anche fisica nei molteplici lavori che la casa di S. Leonardo richiedeva. L'estate scorsa, nel nostro viaggio nelle Filippine per il 25° di Sacerdozio, ai nostri seminaristi lasciò come esortazione-ricordo, tra l'altro, l'invito ad amare il lavoro manuale, che ci rende umili, forti, concreti.

         Quando ho letto sui giornali la parola "martirio", m'era sembrata eccessiva, sia perché quanto è accaduto poteva essere considerato un tragico incidente, quale potrebbe accadere anche in Italia, sia perché Giuseppe non era il tipo che cercasse la sfida, la provocazione, il confronto aperto. Era un uomo molto mite, amante del linguaggio dei fatti, del lavoro concreto, visibile. In Costa d'Avorio ha costruito non so quante chiese per i villaggi dell'interno (30-40), ed aveva accettato volentieri di passare in Tanzania proprio perché c'era modo di esprimersi nel linguaggio della concretezza degli edifici da costruire, del lavoro da organizzare, del rapporto semplice con gli operai tra i quali si sentiva come uno di loro.

         Ma progressivamente la parola "martirio" mi appariva sempre di più quella giusta, il vero significato della morte del missionario. Anche solo il partire, il lasciare le sicurezze e gli affetti, accettare di cambiare cultura, lingua, abitudini, è già una testimonianza impressionante di cosa comporta l'essere afferrati da Cristo per diventare suoi inviati, appunto missionari. Ci sono poi i rischi e i pericoli che vengono dalle condizioni sanitarie, sociali o politiche del luogo. Il missionario sa che è in gioco la sua vita, sa che in partenza si richiede, unica vera condizione motivante, questo dono totale, questa offerta di sé. Poi sarà quello che Dio vorrà, ma l'animo è quello.

         P. Giuseppe ha avuto la grazia di vedere realizzato e portato a compimento, in un momento, quel dono di sé fatto all'inizio al Signore. Un dono che viene rinnovato ogni giorno nella celebrazione della Messa: "Questo è il mio corpo, dato per voi", "Questo è il mio sangue, versato per voi"; in un realismo che unisce all'offerta di Cristo anche l'offerta della nostra vita, perché "non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me". Ci insegnavano che il martirio è un dono, riservato a pochi: è stato scelto lui, non perché migliore degli altri, forse perché potesse esprimere in un gesto il significato di tutta una vita.

         La sua morte testimonia, se qualcuno ancora non lo sapesse, che andare in missione è dare la vita, comunque questo debba realizzarsi.

         La nostra missione in Tanzania ha già avuto, due anni fa, la sua prima vittima nell'indi-menticabile P. Cesare Orler, che ne fu l'iniziatore e l'ispiratore. Ora P. Giuseppe Schiavo. "Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, porta molto frutto".

         Coraggiosamente e generosamente stanno spendendo laggiù la loro vita anche gli altri nostri missionari stimmatini e insieme tanti laici volontari, che sperimentano come nel donare agli altri si ritrova sé stessi, che la vita vale se diventa dono.

         I primi cristiani costatavano che "il sangue dei martiri era seme di nuovi cristiani". Se il Signore ci prova, voglia anche benedirci immettendo nel cuore di molti il desiderio di dire: "Signore, manda me!". P. Giuseppe è caduto proprio nella giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, realizzando la parola di Gesù: "Il buon pastore dà la vita per le sue pecore".

         Chi andrà al suo posto?

È bello sentire dai familiari: "L'opera deve continuare. Quella povera gente ha bisogno di chi la ama e di chi la serve". Mamma Ines è stata laggiù due volte; l'ultima, per tre mesi, nell'autunno scorso, e non solo per stare con il suo Giuseppe, ma anche per quei bambini e ragazzi, per quelle donne che ha imparato a conoscere per nome. Non si cancellano queste cose. Credo che quando nasce nel cuore l'animo missionario, questo non muore più; è una fiaccola che deve passare di mano in mano, fino a che si realizzi il regno di Dio, e non ci sia più la morte, ma solo la grande famiglia dei figli di Dio.

         Mi piace rileggere qui due passaggi dall’omelia che nel settembre scorso P. Lidio Zaupa (oggi forzatamente assente per la visita ai nostri confratelli che lavorano in Georgia, dove ha accompagnato le tre Suore del Baldo che iniziano laggiù la loro missione), tenne a Costo di Arzignano per il XXV di P. Giuseppe; parole che acquistano oggi un significato tutto nuovo, profondamente vero.

         Il primo era rivolto alla mamma  Ines: “Vorrei dirle di continuare ad essere, per quanto possibile, accanto al figlio Giuseppe... Mi pare che assomigli un po’ alla Vergine Maria nel Cenacolo, quando lo Spirito ha riempito i discepoli e li ha trasformati. Lei era il cuore di quel gruppo, lei restava dopo l’Ascensione di Gesù (oggi potremmo dire: dopo quella di Giuseppe), il punto di riferimento silenzioso e umile, ma grande e profondo della presenza di Dio nel mondo. Ogni mamma di un prete resta per sempre un punto di riferimento”.

         Il secondo era rivolto alla comunità di Costo: “Non chiudete mai le porte al mondo. Il cristiano ha sempre orizzonti universali e don Giuseppe ce lo ricorda: lui è partito, ha dato la sua vita per il Vangelo (oggi sappiamo come questo si è realizzato), ma non avrebbe nessun senso il suo partire se non c’è una comunità cristiana alle spalle che ne condivide attese e speranze. Ecco perché ognuno di noi lo accompagnerà con la preghiera e il ricordo: don Giuseppe non sarà solo in Africa, ma sentirà di avere alle spalle una comunità che con lui crede, con lui spera, con lui ama tutte le persone che la provvidenza gli ha affidato”.

         Coloro che partono, partono per noi; chi dà la vita, la dà per noi; in qualche modo esprime ciò che dovremmo avere dentro tutti noi. Per questo diciamo grazie a quanti sono partiti, a quanti partiranno ancora. Perché la missione non si ferma; anzi, le difficoltà stimolano ancora di più la nostra capacità di amare, di servire, di andare. 

P. Livio Guerra

(Omelia tenuta nel Santuario di N. S. di Lourdes in Verona, domenica 5.5.1996, nella Concelebrazione di saluto a P. Giuseppe Schiavo, presieduta da P. José Luiz Nemes, Superiore Generale degli Stimmatini con 50 concelebranti)

 

 

 

P. Giuseppe Schiavo

n. 11 maggio 1944 ad Arzignano (Vicenza)

m. 27 aprile 1996 a Kisanga (Tanzania)

 

"È risorto il pastore buono,

che ha dato la vita per le sue pecore.

Si è offerto alla morte per amore dei suoi. Alleluia"

(dalla Liturgia della Domenica del Buon Pastore)

 

L’Africa era il mondo meraviglioso di p. Giuseppe.

Lì poteva compiutamente esprimere il suo carattere intelligente, fatto di poche parole, orientato più al fare che al discutere.

Amava la novità, e l'Africa con tutti i suoi imprevisti allenava il suo spirito di adattamento a situazioni sempre nuove.

In Costa d’Avorio all’annuncio del Vangelo unì il lavoro manuale nella costruzione di tantissime chiese nei  villaggi, preciso e tenace, ricordando che veniva da una famiglia di gente semplice e laboriosa.

In Tanzania ha dato la sua vita nella Domenica del Buon Pastore, memore della Parola del Signore: “Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, porta molto frutto”.

 

I confratelli e i familiari nel trigesimo

 

 

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